HUMBUG: la recensione (2009)

A distanza di quattro anni dalla data di pubblicazione, Arctic Monkeys Italia ripropone la sua recensione dell’album probabilmente più discusso della band di Sheffield: HUMBUG.

Arctic Monkeys - Humbug

Il tempo è uno strumento che va usato con perspicacia e calma. Esso dona l’ineguagliabile possibilità di continuare, cambiare o modificare qualunque cosa si stia facendo o vivendo. Il tempo per gli Arctic Monkeys è stato sfruttato affinché la loro musica, il loro modo di comporre canzoni e, inesorabilmente, il loro look cambiasse quel poco che bastava per rimanere con una propria identità e un proprio sound, evolvendoli tuttavia su di un livello artistico superiore. Il risultato di questo processo durato ben due anni è Humbug.

Se con Favourite Worst Nightmare la loro maturità come band si era notevolmente avvicinata ai grandi gruppi rock contemporanei, adesso la situazione sembra progredita notevolmente, incoronando i quattro, ormai non più “ragazzini” di Sheffield, come musicisti di livello formidabile per la loro abilità nel suonare i propri strumenti e nel comporre, soprattutto nel caso di Alex Turner, vere e proprie poesie tramutate in testi per canzoni. Già dalle prime composizioni questa particolare caratteristica del frontman è apparsa quasi un marchio di fabbrica, come a voler urlare al mondo che l’ermetica e il linguaggio figurato non sono poi una bestemmia all’interno di una traccia rock.

Style: "Late 70's"

Guardando la copertina del nuovo album già si capisce che qualcosa di strano c’è.
Ci si aspetta un inizio di album “bomba”, come nei due precedenti ed in effetti il rullante di Matt Helders si fa sentire come l’inizio di una parata militare di sicuro esito vittorioso. My Propeller, la prima traccia, è un pezzo piuttosto grunge, lontano dalle vecchie e frenetiche The View From The Afternoon e Brianstorm, che esalta, e questa non è una novità, il basso di Nick O’Malley, il quale con sapienza scandisce ciò che sarà la melodia portante della canzone. Anche in questa occasione si alternano momenti di silenzio con momenti di assoluto movimento, accompagnati dalla chitarra di Jamie Cook e dall’interminabile urlo di Alex Turner, che ripete con maliziosa rabbia il titolo della canzone stessa.
Non si fa in tempo a smaltire l’ottima, seppur insolita, My Propeller, che subito l’ambiente diventa più tetro, più dark, più rock. Il basso comincia subito alla grande facendo muovere i woofer quasi come fossero delle molle leggere indicando all’ascoltatore quale sarà il comune denominatore di ciò che è il primo singolo ufficiale di Humbug: Crying Lightning.

Il racconto di Alex inizia, Matt lo accompagna con sagacia seguendo tuttavia le turbolenze sonore causate da Nick. Lo struggente suono delle chitarre canta insieme a loro assecondandoli con delle grida psichedeliche di altissimo livello, le stesse che hanno a loro tempo tempo celebrato la suggestiva 505 anche grazie al prezioso aiuto dell’amico Miles Kane, percorrendo un’onda succube di sonorità riprese qua e là dall’archivio personale della band poste in un frullatore di note ben più prezioso del relativo video, ahimè, apprezzabile ma inspiegabilmente banale, almeno per i nostri beniamini.
Finisce con un grido la seconda opera e inizia con un coro la terza; Dangerous Animals rispecchia l’accattivante titolo nella canzone stessa continuando ciò che i lenti ma focosi timbri dei nostri quattro hanno iniziato. Un pezzo dalla musicalità cattiva e sorprendente, coronato a metà traccia da un interminabile assolo di Matt che riesce con estrema facilità a produrre battiti intriganti e divertenti con le proprie bacchette quasi fossero magiche ma allo stesso tempo così reali da far sorridere chi li ascolta.
L’epilogo di questo lungo inizio coincide con l’introduzione di un pezzo, obiettivamente parlando, bello, meraviglioso, al limite di un orgasmo acustico che s’intuisce arriverà entro pochi istanti. La parata di Alex è appena iniziata e non bastano quei simpaticoni dei giornalisti scandalistici britannici a indurlo a cantare e a suonare con il coltello fra i denti. Secret Door ha la magia nelle corde della chitarra appena sfiorate da dita tutt’altro che ignoranti. Accompagnato dall’elettronica del synth, richiama in sé tutto un amplesso di suoni resuscitati direttamente dall’epoca progressiva della fine degli anni ’80.
Le parole di Alex sembrano degli scioglilingua, incomprensibili per delle orecchie latine non allenate al suo modo di esprimersi reale e discorsivo; Il ritornello, che coincide con la parte finale della canzone è il risultato di tutto ciò che gli Arctic Monkeys hanno imparato negli anni, non solo suonando, ma interpretando qualcosa di straordinariamente originale.
La conclusione è tempestata dal coro dei restanti tre mentre Mr Turner si diverte a richiamare l’attenzione dei suoi presunti e amichevoli nemici.

Humbug (Bonus Track Version)

Track Count: 11
Artist: Arctic Monkeys
Released: September 28, 2009
℗ 2009 Domino Recording Co Ltd


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Si arriva a Potion Approaching che, in definitiva, resuscita quei riff tanto semplici quanto succulenti, già ascoltati nei precedenti album. Semplice ma efficace, ecco la formula vincente per continuare a stupire e arricchire un lavoro fin qui bello ma non ancora ultimato. Linearità e improvvisazione fino a terminare con quel ritmo udibile e più adatto a chi s’accontenta di sonnecchiare piuttosto che drogarsi si musica.
Non proprio sconosciuta per le memorie di chi li segue ma Fire And The Thud appare una canzone studiata, precisa, meticolosamente suonata e cantata. È una canzone che non solo riporta quella voglia grunge nei propri spartiti ma che consacra gli Arctic Monkeys come rock band in tutto e per tutto ed è così che l’assolo di chitarra ci fa ricordare come gli Oasis abbiano influenzato e non poco il loro immutabile stile.

Fire And The Thud è preludio di ciò che è forse il lavoro che più si avvicina all’arte della musica; è una storia d‘amore, una romantica ballata, una dichiarazione originale per una donna immaginaria, irraggiungibile, amata. Rispuntano qua sonorità venute dagli anni dei figli dei fiori, atmosfere progressive-pop anni ’80, le quali rispecchiano in loro tutto il bello degli Arctic Monkeys: il personalissimo romanticismo, la determinazione e decisione nel pizzicare le corde, nel picchiare sulla batteria, nello sfruttare il synth rendendo lo stesso parte integrante di un sound nuovo e speciale. In una parola sola: Cornerstone.
Si assiste ad un revival beatlesiano ed ecco qua qualcosa che farebbe piacere al nostro povero George Harrison. L’ottava canzone è Dance Little Liar. Accattivante e ammiccante come i loro creatori. L’eco della chitarra delizia i nostri sensi uditivi, la voce di Alex la ascoltiamo con piacere come se ci parlasse per telefono, Nick e il suo inseparabile basso fanno il solito importante lavoro mentre Matt batte sempre più forte fino a scatenarsi, per poi addormentarsi in attesa di un evento, quello che avviene dopo, che ha l’aria di una visita inaspettata ma carina.
L’attacco dell’organo ci lascia ben sperare. La melodia ci trasporta verso una nuova dimensione. Matt ci fa scatenare. John Ashton, il nuovo tastierista arruolato per i concerti, ci estranea. “All the pretty visitors came and waved their arms and cast the shadow of a snake pit on the wall”. Urlano all’unisono.
Pretty Visitors è la canzone numero nove: un misto di rock, heavy, hard rock, metal, punk, progressive, alternative. Un pastiche, una bacinella di generi musicali tosti e gagliardi pronti ad essere mischiati da un frullatore e riscaldati dal calore di otto mani tanto forti quanto raffinate troppo, forse, per essere totalmente capito da orecchie ignoranti.

L’epilogo ci stupisce. Se aspettavamo un pezzo di chiusura alla A Certain Romance o alla 505, ci sbagliavamo. Qui si parla, udite udite, di soul, vero soul, soul alla Winehouse, s’intende, modernizzata dai quattro ragazzotti di Sheffield. È un pezzo introspettivo, più intimo, guidato da un ritmo lento, morbido e avvolgente, che scandisce atmosfere rarefatte, da nightclub all’ora di chiusura. L’ultima canzone dell’album è The Jeweller’s Hands. La voce di Alex, spesso accompagnata da quella di Matt con cui si intreccia in una sorta di intrigante spirale, sembra quasi ricamare parole mentre si susseguono le note, fino a culminare nel ritornello finale, ripetuto più volte affinché risulti chiaro e quasi ossessionante. Verso metà canzone infatti, assistiamo a un crescendo di intensità originato da un rullo leggero di batteria, che ci conduce al culmine della canzone e dell’album stesso, in un susseguirsi di echi e note che si richiamano a vicenda, proprio come le onde concentriche create da un “sinking stone lanciato nell’acqua”.

La sensazione principale che si avverte dopo l’ultimo accordo è di sazietà. Humbug è un album pieno, denso, e se per qualche fan sarà una “caramella” difficile da mandare giù e digerire, è innegabile che il quartetto abbia raggiunto una poliedricità di stili e una complessità compositiva invidiabili. La struttura stessa delle canzoni è varia e per questo spiazzante, sorprendente; i testi dei brani consacrano definitivamente Alex Turner come paroliere di altissimo livello e sensibilità; l’abilità artistica dei restanti tre ha acquisito un’ancora maggiore padronanza degli strumenti e di certo loro non mancheranno l’occasione di deliziare gli spettatori, specialmente durante le live performance. Insomma, se di solito è il secondo album il più difficile nella carriera di un artista, questo terzo lavoro si è rivelato più articolato e maturo del precedente e di certo ci inciterà a seguirli in questo continuo migliorarsi e sperimentare una musica, quella musica che ha contraddistinto nel corso degli anni la loro giovane ma straordinaria carriera.

Loro sono gli Arctic Monkeys. Questo è Humbug.

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