Arctic Monkeys su NME

Abbiamo tradotto l’intervista del magazine musicale NME rilasciata dagli Arctic Monkeys e comparsa sul numero del 3 Agosto 2013. In questa interessante uscita i quattro di Sheffield tentano di far chiarezza sulle influenze, musicali e non, che si celano dietro il nuovo album AM, la cui uscita internazionale è prevista per il 9 Settembre 2013. Tra cocktails con Josh Homme, quadri di Escher, film di Fellini, gli Arctic Monkeys sembrano ben lontani da Sheffield. Matt Wilkinson ha ascoltato come Los Angeles, loro città di adozione, abbia alimentato la carica sessuale del loro nuovo album.

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Prende sicuramente in prestito elementi dal mondo di OutKast e Aaliyah. Quel mondo lì. Ma l’altro lato ha un’impronta rock molto anni ’70” Questo, secondo queste brevi parole di Alex Turner, è il nuovo album degli Arctic Monkeys. Arabella riassume questo concetto al meglio: l’intro ricorda l’era Next Episode di Dr. Dre, ma 43 secondi dopo esplode in un riff stile War Pigs dei Black Sabbath, introducendo uno dei ritornelli più rock che gli Arctic Monkeys abbiano mai scritto. Si fa fatica ad inquadrare AM in un unico tempo e luogo, ma si può facilmente dare all’album un sottotitolo che dice: “Benvenuti in California“. Le sue 12 tracce aleggiano contemporaneamente tra due identità molto diverse, entrambe intrinsecamente radicate nella Città degli Angeli. La prima potrebbe trovare una base da qualche parte intorno ai Record Plant Studios, dove Ozzy Osbourne & co. registrarono il classico dei Black Sabbath Vol 4. E il secondo? Gli Aftermath Records HQ, dove Dr. Dre fece firmare il primo contratto discografico ad Eminem. Il tutto suona sporco, baciato dal sole, glamour, sensuale e – cosa più importante per una band indie britannica al suo undicesimo anno di vita – lungimirante. “Non puoi semplicemente mettere insieme questi elementi e comprimerli,” dice Alex di questa doppia personalità, “è qualcosa di più delicato. Devi far attenzione a quale elementi aggiungi. È come una reazione chimica, prendi un po’ troppo di una cosa e non ottieni nessuna reazione“. “Non è rap-rock!“, precisa invece Jamie Cook. “Non c’è rapping, mettiamolo le cose in chiaro!” dice Alex. “Non mi stancherò mai abbastanza di dire che questo non è un album rap-rock. Quella è la cosa peggiore…“. Un arruffato Matt Helders cerca di far tornare le cose sui binari giusti: “Rappare è l’elemento chiave in un disco rap-rock, non c’è tecnicamente nulla di tutto ciò nel nuovo album“.

Ciò che è certo è che quest’album è decisamente diverso da tutto ciò che la band ha prodotto finora. I riff, in buona parte delle 12 tracce dell’album, sono lontani anni luce da quei riff dallo spirito punk, pazzi e burrascosi, che sono stati il loro piatto forte sin dal primo giorno (da I Bet You Look Good On The Dancefloor a Library Pictures passando per Brianstorm, Pretty Visitors e The View From The Afternoon). Ora ci sono i controcanti. Ciò farebbe pensare ad un disco delle Destiny’s Child. Il resto della band non lo rinnega, ma Alex afferma che l’album: “Sembra un beat di Dr Dre, ma gli abbiamo dato un taglio a scodella stile Ike Turner e l’abbiamo mandato al galoppo attraverso il deserto su una Stratocaster“. Chiaro, no?

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Ci sono numerosi momenti brillanti, da pelle d’oca in AM. La parte in I Want It All dove Alex canta un verso che ricorda lo splendido inno dei Rolling Stones 2000 Light Years From Home? Assolutamente cool. Il decrescente piano in Snap Out Of It che è stato trattato per rievocare lo stessa malinconia di Cry Baby Cry dei Beatles? Bellissimo. I momenti “whoo whoo” in One For The Road? Quello è Josh Homme che imita Keith Richards. E la brillante Why’d You Only Call Me When You’re High?, con un intro che ricorda molto Under The Influence di Eminem e fa poi un completo dietrofront e diventa una delle melodie più dolci di Alex dai tempi dei Last Shadow Puppets? A dir poco fantastica.
Ma è necessario chiarire, dopo tutto questo parlare di hip-hop da West Coast che il nuovo album degli Arctic Monkeys non attraversa mai la linea dell’assurdità. Nonostante tutto, sono sempre loro. Solo che questa volta, ci portano direttamente nel cuore del loro nuovo mondo: Los Angeles, e il tipo di posti, feste e pazze situazioni dove solo la miglior band delle ultime due decadi potrebbe ritrovarsi dentro. Tutti gli Arctic Monkeys vivono a Los Angeles adesso e sembra che ciò abbia influenzato il sound di AM.
Per quanto riguarda i testi è come ritrovarsi in una festa e sembra che tu sia in un quadro di Escher o qualcosa del genere, dove le scale continuano ad andare in giro. Capisci cosa intendo? Niente ha senso. È come immergersi dentro e fuori situazioni strane, in linea di massima“. Quindi, se AM fosse stato un film, la storia sarebbe ambientato in qualche pazza festa sulla collina di Hollywood? “Non ne sono sicuro, a dire la verità. Se fosse un film vorrei che somigliasse alle sequenze di sogno di Federico Fellini, dove non sei sicuro di nulla“. Alex dice: “L’ho scritto tutto a LA, ed è la prima volta che è successo. Le sessioni di registrazione di AM sono cominciate a Rancho De La Luna, nel parco nazionale di Joshua Tree, per poi proseguire ai Sunset Bronson Studios a East Hollywood, poco lontano da Amoeba Records. Si trattava di un bello Studio, che per un po’ non è stato usato, ma abbiamo ottenuto un contratto di locazione abbastanza economico“. Matt interviene aggiungendo: “Avevamo questa base a LA e ogni giorno eravamo li, a sperimentare“. Gli Arctic hanno cominciato a lavorare su AM lo scorso Agosto con Ross Orton, il produttore di Sheffield che ha forgiato R U Mine?, e il loro produttore di fiducia James Ford. Spiegando la genesi del disco, dichiarano con fierezza che è richiesto il processo di produzione più lungo, con i tocchi finali – “gli ultimi tamburelli”, a detta di Nick – aggiunti solo in Giugno, due settimane prima della performance di Glastonbury.

In qualsiasi modo si possano interpretare queste affermazioni di Alex & co, il punto è che gli Arctic Monkeys sono tornati, e si sono impegnati a realizzare il loro possibile miglior album finora. Fanno esattamente l’opposto di ciò che fa il restante 99% delle altre band britanniche, si sono semplicemente immersi negli Stati Uniti e nella strana, elettrizzante vita che si sono ritrovati a vivere. Cosa più importante, non hanno perso le loro caratteristiche principali. E non sembrano per nulla né i Limp BizkitKid Rock.

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