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Arctic Monkeys su Repubblica. Alex Turner: “Avrei voluto essere come Mina”

Sabato 5 maggio 2018 sulle pagine di Repubblica è stata pubblicata la seguente, magnifica intervista ad Alex Turner, frontman degli Arctic Monkeys. Tra le più belle di sempre, con Alex entusiasta di parlare dell’imminente nuovo album Tranquility Base Hotel & Casino proprio con un giornalista italiano, citando più volte il suo amore per la nostra musica e cinematografia degli anni 60 e 70, epoca di grande fervore e vivacità artistica, culturale nonché economica per lo Stivale. Davvero tanti complimenti al dottor Brunamonti per l’ottimo lavoro! Buona lettura.

Arctic Monkeys “Io, Alex Turner, avrei voluto essere come Mina” di Filippo Brunamonti

La mia reputazione? Dimenticatela.

LOS ANGELES – Un colletto di camicia gigante portato sopra la giacca, gli occhi sgranati, Alex Turner ha 32 anni ma se ne attribuisce 70, “l’età in cui è morto Kubrick, nonostante di me scrivano che sono la prova che il rock’n’roll non morirà mai“, conferma al tavolo del Minibar Hollywood, una cocktail lounge anni 60 imbottita di poltrone rosse, bicchieri di cristallo e finestre di legno in foglia d’argento. Il leader della band inglese Arctic Monkeys non ha un buon rapporto con la stampa, i social media “e, forse con l’essere umano, visto che la mia Hollywood è ridotta a una stanza, dice. “Siamo io e la musica. Da sempre“.

Le cose cambiano però. Secondo un sondaggio di Radio X, nove dei cento brani inglesi migliori della storia li firmano proprio gli Arctic Monkeys, sette Brit Awards alle spalle e un alleato di nome Noel Gallagher: “Il successo degli Arctic mi ricorda quello degli Oasis” ha fatto sapere. “Questi ragazzi ci somigliano molto. Sono unici nel loro genere. amo il fatto che non indossano camice, cravatte e giacche a doppio petto“. A cinque anni dall’uscita di AM (oltre cinque milioni di copie vendute) e dopo aver battuto tutti i record con l’album d’esordio, Turner, cantante, chitarrista, autore del side-project The Last Shadow Puppets, si è seduto davanti a uno Steinway&Sons e ha composto Tranquility Base Hotel & Casino, sesto progetto degli Arctic Monkeys in concerto a Roma 26 e 27 maggio (Cavea, Auditorium, Parco della Musica) e a Milano il 4 giugno (Mediolanum Forum). Tutto sold out. “Sono nato e cresciuto a Sheffield, Inghilterra. Questo disco è pieno d’America” racconta. Se, in Gran Bretagna e non solo, Alex è l’ultimo, giovane rocker dell’industria, “io piuttosto mi sento come il regista di un noir. Immagino che le colline di Hollywood siano una piccola camera da letto, con me al piano, in mano una superbionda messicana e mezzo pacchetto di sigarette sul tavolo”.

Alex ha messo via la chitarra?

Mai preso lezioni di piano, se pigiavo sui tasti ne usciva tuttalpiù un jazz improvvisato. In passato cercando d’imitare mio padre, pianista e sassofonista irresistibile. Fino a quando un amico non mi ha regalato uno Steinway Vertegrand per il 30° compleanno. E’ diventato all’improvviso il centro del disco e ho quasi pensato di farne un lavoro senza chitarre né Arctic Monkeys.

Perché da solo?

Quando mi dicono: “Oh tu vivi a Hollywood…”, rispondo: “Hollywood? Vuoi dire la mia stanza”? Ho un letto, una chitarra, un piano e un poster di Roma di Fellini. A volte penso che sia tutto quello che mi serve per fare musica, insieme al vecchio registratore analogico 8 tracce Tascato 388 a bobina. Lo uso come diario. Per il resto, non conosco bene l’America e nessun viaggio on the road potrebbe battere quello con mia nonna quando ero solo un bambino.

In apertura canta: “Volevo essere uno degli Strokes”.

In realtà volevo essere come Mina.

Mina?

(Si alza in piedi e canta) “Un bacio è troppo poco per sapere se ti amo, un bacio è troppo poco per capire veramente se mi piaci, se mi piaci“. Che voce, che occhi. Mina! Un amico mi ha fatto scoprire anche Una casa in cima al mondo su vinile 45 giri, L’Eclisse di Antonioni, i caroselli e Adriano Celentano. So che lo chiamano “the Molleggiato”, dicono che a ispirarlo siano stati Elvis Presley e Jerry Lewis. E per restare in clima di baci, Il tuo bacio è come un rock è un capolavoro.

Se di lei qualcuno ha scritto: “Turner ha le idee chiare sul suo stile”.

Ho attraversato il garage punk, chip-shop rock ‘n’ roll, hip-hop, R&B anni Novanta. Ho avuto come mentore Josh Homme, il fondatore dei Queens of The Stone Age. Le mie ispirazioni sono The Smiths, The Carpenters, Nina Simone, Serge Gainsbourg. Io sono il prodotto di molte culture. Sono anche quello che trovi attaccato al microfono a un karaoke con Lana Del Rey a cantare Tiny dancer di Elton John.

Si cerca mai su Youtube?

Non sono nemmeno iscritto a Facebook. E a dire il vero l’unico impulso rimasto è quello di spaccare il cellulare. Forse tornerò al fisso, al telefono a gettoni o farò come il paranoico Gene Hackman in La conversazione che usava cabine pubbliche, tripla serratura, nastri per intercettare le persone e se attraversava posti affollati indossava un soprabito di plastica. Il mio studio, pieno di cavi e bobine, è alla portata del Watergate.

Ha concepito lei la copertina di “Tranquility”?

Sì, somiglia a un modellino d’architettura da piazzare in una lobby, come la riproduzione del labirinto di Shining. Amo l’architettura di L.A., da Richard Neutra a Paul R. Williams. E dovreste visitare la città di Columbus, Indiana, ci sono le chiese più belle. Per la copertina mi sono ispirato a 2001: Odissea nello spazio, sono ossessionato dall’idea che la conquista della luna sia stata una messa in scena e che Kubrick abbia girato in studio l’allunaggio dell’Apollo 11. Tutte le mattine, appena sveglio, mi sembra di vedere un monolite di fronte al letto.

Nella canzone “Golden Trunks” paragona il presidente a un campione di wrestling anni Ottanta.

Abbiamo un presidente innamorato del suono della sua voce e delle sue canzoni. Non mi sarei mai aspettato di parlare di politica in una traccia del nuovo album eppure Trump è entrato in ogni parte delle nostre vite, sott’acqua, persino nella mia stanza col poster di Fellini e Toby Dammit. Ha vinto, ha decisamente vinto. Prima o poi l’America volterà pagina, perché come canta Mina L’importante è finire.

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