Recensione Album



Citazione: Luca di onanrecords.blogspot.com


Prima la splendida 505, che concludeva "Favourite Worst Nightmare". Poi, a Glastonbury, una versione di Diamonds Are Forever capace di guadagnarsi i complimenti di madame Shirley Bassey.
Ormai era chiaro: Alex Turner doveva trovare il modo di esprimere questo suo "lato". Intrigante ma troppo personale per essere affidato alla responsabilità del terzo album degli Arctic Monkeys.
Alex, il migliore della sua generazione, l'unico con un talento compositivo fuoriclasse, allora ha chiamato l'amico dalla voce identica: Miles Kane degli ancora "ignoti" The Rascals.
I due, coadiuvati dal solito James Ford, si sono fatti mettere a disposizione un'orchestra di 22 elementi, la London Metropolitan, e sotto la guida ispiratrice di Scott Walker hanno messo assieme 10 piccoli gioielli (12 per chi ama Richard Hawley).
Dei '60s "light-dramas" in cui l'orchestrazione riesce nel rarissimo obiettivo di rendere lieve ciò che solitamente trasforma in barocco.
Sentite My Mistakes Were Made For You.
Più che un side-project, un "gioco da ragazzi" in cui Ennio Morricone sembra dirigere i Coral per musicare 007.
Un album meraviglioso come la sua copertina.

Voto: 9/10



Citazione:
Deni di Frequenze Indipendenti

I mille dubbi nei riguardi di questo disco si sono infranti nell'aria tersa di un mattino di aprile accompagnato da un sole tiepido, spazzati via da "The Time Has Come Again" (brano che chiude l'album) e dalla sua commovente esecuzione acustica come foglie morte da un vento di primavera. Un inchino profondo va, innanzitutto, al Sig. Owen Pallett, che dirige le sinfonie della London Metropolitan Orchestra facendo trasparire un'attitudine comune solo ai grandi maestri del passato: Bacharach, Morricone, John Barry ("My Mistakes Were Made For You" sembra confezionata per un "James Bond" anni sessanta). Fossi in lui farei un pensierino alla carriera di compositore.
Sono gli arrangiamenti la chiave di volta di questo ottimo disco, non solo quelli orchestrali già accennati, ma soprattutto quelli vocali di Alex Turner e Miles Kane, due giovanotti dalla voce e dalle attitudini musicali molto simili, che riescono a giocare con le proprie ugole con perfette e studiate eufonie (cori di quarta,etc.).
Chi l'avrebbe mai detto. James Ford in tutto questo dimostra di essere un groovy drummer coi fiocchi (ma chi aveva ascoltato gli ormai sciolti Simian lo sapeva già) e un produttore ad hoc anche al di fuori dei confini elettronici che sino ad ora gli avevano regalato credibilità. "The Age of Understatement" è infatti una corsa negli ampi territori country/folk/pop cari ai sixties, fra i luminosi percorsi tracciati da Bacharach e Hazelwood, con richiami orchestrali ed escursioni nel folkish soul tipiche dello Scott Walker a cavallo fra "Scott 3" e "Scott 4", due album (là in cima, intoccabili) che tutt'oggi continuano a reclutare adepti e a sciogliere i loro cuori. Ed è questo ciò che faranno i Last Shadow Puppets (a dispetto del loro poco romantico nome): vi terranno incollati alle vostre cuffie fino a quando con "Meeting Place" e la già citata "The Time has come Again" scioglieranno i vostri cuori.
Alex Turner si stacca, ineccepibilmente e con un sorriso sulla bocca, dalla "normalità" della scena inglese contemporanea dimostrando ai suoi coetanei (e, a dir proprio la verità, non solo a quelli) cosa significhi avere stoffa. E' indubbio, a questo punto, che la promessa fatta qualche anno fa con i primi acerbi lavori targati Arctic Monkeys, si sia trasformata in certezza, sublimata da un credibile spessore autoriale e da un evidente talento.


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